Cerca nel blog

venerdì 16 dicembre 2011

Cosa nostra (mafia siciliana)

« La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. » (Giovanni Falcone)


Il termine “mafia” sembra sia di origine araba e che abbia
il significato di “protezione, garanzia”.
Oggi, tale termine, indica l’insieme delle organizzazioni criminali rette dalla legge della segretezza e dell’omertà, che ricorrono a intimidazioni, estorsioni, sequestri di persona ed omicidi al servizio di interessi economici privati.
E’ risaputo da sempre che la mafia siciliana (o “Cosa nostra”) è tradizionalmente quella più potente in Italia, probabilmente grazie alla sua struttura piramidale, caratterizzata da una rigidissima gerarchia e da un’articolazione in numerose cosche territoriale, la sua enorme capacità di penetrazione nei gangli vitali della società civile, sia a livello centrale che periferico, la spietatezza delle sue “esecuzioni” e la ferocia con cui controlla tutte le attività lecite e illecite.
La strategia criminosa di Cosa nostra è duplice: da una parte cerca di garantirsi il controllo del territorio, attraverso una imposizione fiscale alle attività commerciali e industriali della zona (il pizzo o racket) e l’immediata punizione di chiunque osi contravvenire alle disposizioni che essa dirama, dall'altra cerca di corrompere i funzionari statali attraverso l'offerta di denaro e voti per ottenere l'impunità. Tutto questo garantisce ai mafiosi la possibilità di affrontare qualunque nemico, da una posizione di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e degli “amici” a cui ricorrere, sfruttando perfino le forze dello Stato stesso.

LA STRUTTURA
Le conoscenze sull'organizzazione interna della mafia siciliana si debbono a Giovanni Falcone[1] (1939-1992), il primo magistrato italiano che ha affrontato sul serio e con successo la mafia.
Nella sua opera spiega che l'organizzazione di Cosa Nostra è formata da mafiosi che si definiscono “uomini d'onore” e che la sua struttura è piramidale. Ogni famiglia è governata da un capo-famiglia, assistito dal sottocapo e da tre consiglieri. La famiglia si divide in gruppi detti “decine” (formate da dieci uomini), ciascuna gestita da un capo-decina.   Tre famiglie confinanti formano un “mandamento”, il cui rappresentante è il capo-mandamento, che almeno fino a un certo punto, non fu capo di una delle famiglie, per evitare che favorisse la famiglia di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una commissione o “cupola provinciale” presieduta da un segretario, di cui la più importante e antica è quella di Palermo (Sicilia). Quando l’organizzazione delle famiglie mafiose mise radici in tutta l'isola si è dovuta creare una cupola regionale detta “interprovinciale”, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie provincie e dove il titolo di segretario era tenuto dal capo della cupola provinciale più potente, cioè quella di Palermo.

LA STORIA
“Cosa nostra” nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei “massari o gabellieri”, fattori che gestivano quotidianamente, tramite la violenza, i terreni dei baroni (nobiltà siciliana) e i braccianti che vi lavoravano. Questi gruppi  vennero definiti sette o cosche: il primo documento storico in cui viene nominata una cosca mafiosa risale al 1837, scritto dal procuratore generale di Trapani circa la corruzione di alcuni impiegati pubblici.
L’Unità d’Italia causò l’integrazione del sistema economico del resto della penisola in Sicilia, abituata fino ad allora al latifondismo[2]. Di conseguenza i grossi latifondisti dell'isola dovettero affidarsi all'aiuto di qualcuno che garantisse loro un controllo sulle proprietà. Ecco perché la Mafia fu favorita dal Risorgimento italiano.
I primi attacchi al potere mafioso furono sferrati da Benito Mussolini, che nel 1925 inviò in Sicilia Cesare Mori (1871-1942), con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo: difatti molti finirono in carcere anche senza prove, come Don Vito Cascio Ferro (1862-1943).
Non sentendosi più al sicuro, alcuni capimafia emigrarono negli USA, altri entrarono nel partito fascista. Mori fu il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone (citato prima).
Dopo la seconda guerra mondiale ci fu una riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore del commercio e del terziario pubblico, e in Sicilia l’amministrazione pubblica divenne l'ente economico più importante. Perciò Cosa nostra dovette concentrarsi in tale settore e per riuscirci dovette stringere i rapporti con il partito di maggior importanza in Italia: la Democrazia Cristiana. Da questo patto la mafia traeva guadagni nella gestione, data grazie ad appalti truccati, alla riscossione delle tasse per conto dello stato e all’immunità. La DC come partito ci guadagnava perché Cosa Nostra, per via del controllo sul territorio, era in grado di indirizzare grandi quantità di voti dove voleva.
È ovvio quindi che di mafia, fino alla fine degli anni '70, quando questa situazione iniziò a cambiare, lo stato non voleva che si parlasse.
Negli anni ’60, definiti gli anni del “boom” economico, una nuova mafia, trasferitasi dalle campagne in città per il controllo diretto dell’edilizia e degli appalti pubblici, più spietata e sbrigativa di quella tradizionale, cominciò a competere con la mafia “storica” il controllo del territorio, prima a colpi di lupara (il fucile tradizionalmente usato dai “picciotti”) e poi a raffiche di mitra e utilizzando automobili cariche di tritolo (in seguito queste due tipologie mafiose si scontreranno nella seconda guerra mafiosa).
La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di un carico di eroina dall’Egitto finanziato dalle famiglie La Barbera e Greco. Fu inviato un uomo d'onore a controllare che venisse spedita senza intoppi verso New York. Ma i mafiosi di Brooklyn che ricevettero la droga scoprirono che i pacchetti non contenevano la quantità pattuita e convocarono una riunione della Commissione per decidere sul caso. Di Pisa fu assolto dall'accusa di aver sottratto una parte dell'eroina e i La Barbera, non contenti del giudizio emesso, lo ammazzarono nel 1962.
Quindi nel gennaio 1963, cominciò la guerra. Dopo la morte di vari esponenti delle famiglie partecipanti, la guerra finì nel 1969.
Agli inizi degli anni ’70 si passò dallo spaccio di sigarette a quello di stupefacenti perché più redditizio; in tal modo la  vecchia struttura di comando si indebolì e nel 1978 scoppiò una guerra interna alla mafia (seconda guerra di mafia).
Questa vedeva la mafia storica, composta principalmente dalle famiglie affiliate ai Bontade, ai Badalamenti e ai Buscetta, non favorevole allo spaccio della droga, contro quelle affiliate ai Corleone, favorevoli invece allo spaccio della droga e famosi nel dimostrare il proprio potere attraverso una serie di omicidi verso chiunque fosse un ostacolo. Forse per questo vinse la guerra).
Fu un massacro perché in due anni, morirono circa mille uomini.
Sono passati anni ma poco è cambiato: infatti oggi la mafia addotta la strategia dell’inabissamento, ossia non da prova della sua esistenza in pubblico.
Ciò non significa che essa non esista, anzi, continua ad avere contatti con funzionari politici corrotti ed ad avere in pugno la vita di molta gente.
Purtroppo fino ad oggi non c’è stato neanche un governo intento a limitare tali soprusi, sia che sia di destra che di sinistra. L’unica a tornare alla mente è probabilmente l’inchiesta parlamentare sulla mafia del 1963, che non produsse però alcun risultato.



[1]Assassinato insieme alla moglie e alla scorta dalla mafia, è considerato un eroe italian, come Paolo Borsellino, di cui fu amico e  collega.
[2] Sistema economico basato sul latifondo, ossia un terreno agricolo di grandi dimensioni, solitamente mal coltivato ed adibito a colture estensive spesso alternate al pascolo. La caratteristica principale del latifondo è l'assenza del proprietario.

Nessun commento:

Posta un commento