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domenica 4 marzo 2012

Storia - Carlo Magno (riassunto)


Carlo Magno
CARLO SUL TRONO DEI FRANCHI E DEI LONGOBARDI
Nel 768, con la morte di Pipino il Breve, il regno dei Franchi viene spartito tra i figli Carlo (Francia settentrionale e occidentale), e Carlomanno (Francia centro-meridionale).
La madre Bertrada li fa sposare con Desiderata e Gerberga, figlie del re longobardo Desiderio (756-774) affinché vi fosse la pace fra i due popoli.
Nel 771 muore Carlomanno e tutto il regno passa nelle mani di Carlo Magno (acquisisce tal appellativo).
Nel 772 sale sul soglio pontificio Adriano I, ma a causa delle antipatie con i Longobardi, il Ducato di Roma viene occupato da quest’ultimi: perciò il papa chiede aiuto a Carlo Magno che è così costretto a ripudiare la moglie longobarda.
Nel 773 Carlo Magno scende in Italia con un forte esercito e nel 774 espugna Pavia imprigionando Desiderio. Il regno dei Longobardi cessa così di esistere con l’unificazione della penisola italiana al regno dei Franchi (solo Spoleto e Benevento manterranno una certa autonomia).
Nel 781, a causa delle continue rivolte, il regno d’Italia (capitale Pavia) viene assegnato al figlio Pipino che aveva solo tre anni: perciò viene assistito da un consiglio di reggenza.
LA CONQUISTA DELLA SASSONIA E DELLA MARCA SPAGNOLA
Dal 772 al 804 si assiste alla conquista della Sassonia (regione tedesca tra i fiumi Weser ed Elba): la regione venne cristianizzata a forza e venne introdotto il vassallaggio.
Nel 778, sostenuto da alcuni capi arabi ribellatisi all’emiro di Cordova, Carlo Magno partì per la conquista della Catalogna. La spedizione fallì e i Franchi furono attaccati dai Baschi al passo di Roncisvalle dove fu ucciso Orlando, simbolo della fedeltà al sovrano e al cristianesimo.
Dall’801 all’811 fu ripresa la guerra contro gli Arabi e venne conquistata la Catalogna e la Marca spagnola, punto d’appoggio per i resto della Spagna cristiana.
LE CAMPAGNE IN PANNONIA, IN CARINZIA E NEI BALCANI
Nel 788, grazie all’appoggio della Chiesa, fu conquistata la Baviera senza difficoltà. Perciò il Regno franco si estese fino al fiume Inn, oltre il quale vi era la Pannonia dominata dagli Avari (popolo seminomade dedito alle scorrerie e ai saccheggi).
Nel 795 l’accampamento regale avaro (Ring) fu preso.
Per evitare le ribellioni degli Avari sopravvissuti, venne conquistata la Carinzia (parte orientale dell’ Austria) che nell’803 entra a far parte dell’Impero carolingio col nome di Ostmark.
Furono oppressi gli Slavi che vennero fatti schiavi e venduti come “bestiame umano”.


 CARLO MAGNO IMPERATORE
L’INCORONAZIONE NELLA BASILICA DI SAN PIETRO
L’estensione del regno franco che ricordava sempre di più l’Impero Romano, portò i dignitari a pensare a Carlo Magno come l’unificatore d’Europa.
Avendo cristianizzato gran parte del territorio, nella notte di Natale dell’800 papa Leone III incoronò nella Basilica di San Pietro Carlo Magno imperatore.
I RAPPORTI CON I BIZANTINI E CON GLI ARABI
I Bizantini, ritenendosi i legittimi eredi dell’Impero Romano, non accettarono l’incoronazione di Carlo Magno. Scoppiò così una guerra nel litorale veneto che si concluse nell’812 con il Trattato di Aquisgrana: Bisanzio riconobbe le conquiste di Carlo Magno, che, a sua volta, rinunciò a conquistare i territori bizantini in Italia. L’imperatore franco però non fu riconosciuto come successore dei Romani e perciò nei documenti ufficiali non scrisse Sacro Romano Impero, ma Impero franco e cristiano.
I rapporti con gli Arabi furono consolidati tanto che nell’807 Harun-al-Rashid, califfo di Baghdad, riconobbe ai pellegrini diretti a Gerusalemme particolari diritti di transito e protesse i cristiani in Palestina.
L’ORGANIZZAZIONE POLITICO-AMMINISTRATIVA
L’impero carolingio fu definito “Sacro romano impero”: sacro perché sorto con la consacrazione della Chiesa, e romano perché Carlo Magno era definito l’erede dei Cesari.
Carlo Magno rese efficiente il sistema amministrativo imperiale monitorando l’operato dei funzionari e garantendo l’applicazione e il rispetto delle leggi.
Nel 794 fu scelta come capitale Aquisgrana, centro dove il sovrano e i sei dignitari di corte (arcicappellano, conte di Palazzo, camerario, siniscalco, coppiere e conestabile) svolgevano le proprie funzioni.
Il territorio fu diviso in:
·         contee (distretti amministrativi) governate da un conte che rappresentava l’imperatore, ne rendeva note le disposizioni e curava che venissero osservate. Inoltre arruolava cavalieri e fanti per l’esercito, si occupava della riscossione delle imposte e presiedeva il tribunale di contea;
·         marche (regioni di confine) governate da un marchese esercitava gli stessi poteri amministrativi e giudiziari del conte, e in più quello militare, dovendo respingere eventuali attacchi al confine.
Il collegamento tra il potere centrale e quello periferico era garantito dai missi dominici (= inviati del re) che restavano in carica un anno ed erano scelti tra gli esponenti dell’aristocrazia terriera e dell’alto clero. Erano mandati in coppia, un laico e un ecclesiastico, e dovevano assicurarsi che le disposizioni del sovrano fossero eseguite. Raccoglievano inoltre reclami, ricevevano giuramenti di fedeltà, dirimevano controversie  e controllavano l’eribanno, ossia l’adempimento della chiamata alle armi.
I contatti diretti tra sovrano e vassalli avvenivano solo una volta all’anno, a primavera, durante il placito generale, cioè la riunione dei grandi del regno e dei loro seguiti armati in un accampamento militare (che prese il nome di “campo di maggio”): i convocati dovevano essere provvisti di equipaggiamento e viveri per circa tre mesi poiché si discuteva di campagne militari previste per l’estate, quando c’è molta erba per le bestie.
LA RIFORMA MONETARIA E L’ECONOMIA DI SUSSISTENZA
Nell’alto Medioevo le monete erano coniate (in alcuni casi clandestinamente), con l’effigie del sovrano e avevano un valore incerto, legato alla quantità di metallo pregiato che contenevano.
Perciò nel 794 Carlo Magno decise di assumere il monopolio del conio delle monete, introducendo il “denaro”, una moneta d’argento senza l’effigie del re che, in campo internazionale, si affiancò al mancuso (moneta d’oro usata nell’Italia centro-meridionale), e al dinar (arabo).
Vi furono tre effetti positivi:
1)      maggiore facilità di coniazione grazie alla presenza in Europa di molte miniere d’argento;
2)      limitazione delle falsificazioni e delle frodi, grazie alla centralizzazione del conio e alla vigilanza del sovrano;
3)      l’unicità della misura di valore in un’area assai vasta.
La nuova moneta non riuscì però a favorire gli scambi commerciali, rimasti limitati a pochi ambiti.
Fallì anche il tentativo di adottare come unità di peso la libbra romana e il moggio.
L’economia in età carolingia rimase così depressa che poté garantire a mala pena la sussistenza delle popolazioni rurali.
L’INCENTIVAMENTO DEGLI STUDI
Poiché molti funzionari non erano in grado di scrivere in modo grammaticalmente corretto, Carlo Magno inviò precise istruzioni ai monasteri di porre rimedio alla diffusione di scritture disordinate e illeggibili. Dopo vari tentativi degli amanuensi, venne messa a punto la scrittura carolina, caratterizzata da lettere minuscole di breve tracciato ma chiaramente riconoscibili.
Vennero istituite scuole episcopali dove si insegnava ai ragazzi la lettura, la grammatica, il calcolo e la musica; in alcuni  monasteri furono create scuole superiori per ecclesiastici, in cui si insegnava la grammatica, la geometria, l’astronomia e la teologia. Le più importanti sono quelle di Pavia, Cremona, Milano, Verona, Bologna e Firenze.
Per istruire conti, marchesi, abati e vescovi venne istituito il cenacolo degli intellettuali, nella Scuola palatina, per opera del vescovo Alcuino e di Carlo Magno: si apprendevano le arti del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (geometria, aritmetica, musica e astronomia) tramite manuali compilati dai dotti della scuola stessa, come Paolo Diacono, Pietro da Pisa ed Eginardo (biografo di Carlo Magno).
La ripresa degli studi ebbe molteplici effetti positivi: favorì la conservazione del sapere, la diffusione della scrittura e il recupero del gusto artistico. Tuttavia l’ondata di interesse durò poco, coinvolse un numero limitato di nobili e spesso la cultura venne usata per darsi delle arie.



L’UNIFICAZIONE DELLA LITURGIA
In età carolingia la politica e la religione si compenetravano tanto che Carlo Magno, notando che da un paese all’altro vi erano celebrazioni eseguite in modi differenti, promosse l’uniformità dei rituali religiosi al fine di realizzare un’ effettiva unità sociale, culturale e spirituale dell’Impero e permettere la partecipazione effettiva dei fedeli ai sacramenti e alla liturgia.
Vennero regolamentate le cerimonie relative al battesimo con cui si entrava nella Chiesa (comunità di fedeli), e all’eucarestia con cui si rinnovava la comunione di ciascuno con l’insieme della cristianità.
Per sottolineare il valore della Messa, il sovrano insistette sull’obbligo del riposo domenicale: la domenica doveva essere dedicata alla riunione della comunità parrocchiale e alla celebrazione del sacrificio della Croce.
Poiché la liturgia doveva esaltare l’unità politica dell’Impero e i suoi valori cristiani, anche la gestualità si trasformò e acquisì caratteri tipici del mondo feudale: infatti, invece di pregare levando le braccia al cielo come prima, il fedele ora teneva le mani giunte, imitando il gesto del vassallo che si affidava al proprio signore.




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