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mercoledì 17 ottobre 2012

L'età comunale italiana



In Italia la letteratura si sviluppa più tardi rispetto alle altre realtà europee, attingendo dal patrimonio classico, latino, medievale e quello in lingue d’oc e d’oil.
I secoli XIII-XIV costituiscono un periodo unitario in Italia per quanto riguarda i modelli politici e letterari, e perciò e difficile distinguere un secolo dall’altro.
Già nell’XI secolo si ha chiaramente una divisione tra il nord e il sud della penisola, soprattutto per il fatto che nel settentrione si erano sviluppate varie città autonome, i Comuni, la cui vita economica era assai intensa grazie ai commerci, mentre erano rare nel Meridione caratterizzato dal particolarismo feudale, che vide dei segnali di crisi con Federico II di Svevia, e da strutture sociali statiche.
Al centro invece dominava lo Stato della Chiesa.
La morte di Federico II provoca una crisi del potere temporale in Germania e ciò consente ai Comuni di esercitare pienamente la propria autonomia, provocando però lo scontro tra città. Anche la Chiesa tenta di partecipare alle vicende di carattere politico, ma ai primi del Trecento inizia per lei un lungo periodo di crisi che culminerà nella cattività avignonese: questo avviene a causa dei movimenti ereticali nati dal basso che contestavano la corruzione tra i massimi ceti del clero: tra questi movimenti c’erano i Domenicani e i Francescani.
Nell’X secolo, i Comuni, governati da dei Consigli di cittadini influenti, si estendono sul territorio limitrofo, il contado. Gli scontri non avvenivano solo tra più città, ma anche all’interno delle stesse, dato che vi erano da un parte i fautori dell’Impero (Ghibellini), i quali sostenevano l’aristocrazia cittadina, e dall’altra quelli del Papato (Guelfi), sostenitori dei ceti borghesi: queste due fazioni nel ‘300 si scontreranno portando alla formazione delle Signorie. In seguito alle carestie, la crisi monetaria  e la peste bubbonica, vi alcune rivolte dei ceti popolari (tumulto dei Ciompi) che riuscirono a prendere il potere temporaneamente.
Come è già stato detto, nell’XI e specialmente nel XII secolo assistiamo all’ascesa della figura del mercante, il quale accumula un capitale per investirlo nell’acquisto di merci: è questa la principale differenza con il feudatario, perché quest’ultimo non si preoccupa di far fruttare le terre. Si arricchiscono anche i banchieri, i quali prestano denaro ai mercanti e ai sovrani stessi.
Otteniamo così agli inizi del Trecento un quadro sociale al cui vertici vi sono gli esponenti della vecchia nobiltà feudale e i borghesi, che cercano di ottenere una condizione pari a quella dei nobili.
Soprattutto Firenze conoscerà un considerevole inurbamento grazie all’afflusso di contadini che vedevano nelle città condizioni di vita migliori.
Volendo schematizzare la struttura sociale dell’epoca, si possono individuare i “magnati” (di origine nobiliare), “il popolo grasso” (ricchi ed influenti) e “il popolo minuto” (impegnati nei mestieri umili). Gli intellettuali si organizzavano nelle Arti, attraverso le quali si potrà accedere alle cariche del Comune. Infine vi erano i poveri, i lavori a giornata e, non meno importante, il clero. Questa società è caratterizzata dalla “mobilità”, cioè la possibilità di aspirare ad una casta di rango più elevato. Da ciò nasce la fiducia dell’uomo che può modellare la realtà secondo la propria volontà, senza distinzioni tra classi sociali: ne deriva la curiosità di esplorare il mondo e quindi di conoscere la realtà direttamente. L’uomo è più attaccato ai beni materiali, e la natura (passioni) è concepita come una forza sana e benefica da assecondare. Questa nuova mentalità si consoliderà solo con l’Umanesimo.
Si affermano in questo periodo anche i valori mercantili, che contrappongono alla liberalità, tipica di una classe fondata sul consumo, la masserizia, cioè l’attenzione all’utile (guadagno o profitto), l’interesse e il risparmio. Dopo una serie di lotte si era arrivati ad una sostanziale fusione dei due ceti: l’ideale della cortesia aveva affascinato i borghesi, che ne assimilano i principi e tentano di tradurli in realtà, e si comprende che l’accorta amministrazione del patrimonio non deve impedire la generosità disinteressata e che il vivere splendido e magnanimo non deve arrivare a compromettere il patrimonio. Questa visione del mondo, tipica del ceto mercantile, è in contrasto con quella della Chiesa che riteneva eretico il fatto di accumulare ricchezze. Si giunge ad un compromesso, in cui la Chiesa concede tali azioni al mercante in cambio di beneficenza e penitenze.

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