Cerca nel blog

sabato 27 ottobre 2012

Letteratura - "Tuttor ch'eo dirò "gioi'", gioiva cosa" di Guittone d'Arezzo (parafrasi + confronto con "Lo vostro bel saluto e 'l gentil sguardo" di Guido Guinizzelli)


Ogni volta che io dirò “gioia”, creatura gioiosa,
capirete che parlo di voi,
che siete gioia di una bellezza gioiosa
e gioia di un piacere gioioso e bello,
e la gioia su cui si fonda un futuro felice,
gioia di bellezza e gioia di un corpo snello,
gioia che io guardo e gioia che suscita tanto amore.
Una gioia che è un felice godimento ammirarlo (corpo).
Gioia di volere, di pensare,
di dire, di fare, e di ogni comportamento gioioso:
per cui, gioiosa gioia, così desideroso
di voi mi trovo, che non sento mai la gioia,
se non nella gioia che voi date.
Esercizio n°6 pag 151
Confrontando la poesia guittoniana presa in questione e “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo” di Guido Guinizzelli, è possibile notare molte differenze a livello metrico: infatti, seppur siano entrambi dei sonetti (composti da due quartine e due terzine), il primo elaborato presenta la rima alternata in tutta la poesia, mentre il secondo solo nelle prime due strofe e nelle restanti quella ripetuta (CDE CDE).
Il primo componimento è caratterizzato dalla presenza quasi sistematica della parola “gioia” e dei suoi derivati in tutti i versi (escludendo il secondo, il quale però contiene il pronome “voi” che possiede un suono simile): ciò, accompagnato alla conseguente presenza della figura etimologica “gioi’, gioiosa”, di assonanze del tipo “-ello, -ento” e consonanze “-osa, -oso”, crea smarrimento nel lettore contemporaneo, il quale, non utilizzando il linguaggio tipico della tradizione volgare toscana, intende facilmente vocaboli la cui radice è “gioi-”, rimanendo così avvolto da questa aura di serenità trasmessa dall’autore.
Nella seconda poesia non c’è l’iterazione di uno stesso termine, ma caratteristico di questo componimento stilnovista è il richiamo in ogni verso di elementi appartenenti ad altri: per esempio l’espressione “spezza e fende” dell’undicesimo verso ha lo stesso significato di “taglia e divide” del sesto, oppure “la statua d’ottono” presente nel dodicesimo verso e che non può né parlare né muoversi, costituisce uno sviluppo dell’espressione “parlar non posso” del settimo.
Non tutte le rime sono pure, ma alcune sono generate dalla consonanza di parole come “ancide e merzde” e “divide e vede”.
La presenza di fonemi dal suono duro come “ancide” e “spezza” produce un clima di sofferenza, che è proprio il sentimento provato dal poeta.
Per quanto riguarda le immagini dell’amore e della donna fornite dai due poeti, come nello stile, riscontriamo varie differenze: infatti Guittone d’Arezzo invoca la sua amata con il termine “gioia”, dato che ammira la sua bellezza, i suoi modi di fare e spera in un futuro gioiosa per loro. L’opera guinizelliana al contrario esibisce un quadro alquanto negativa: l’amore è vista come una forza che uccide l’amante, che gli “taglia il cuore da parte a parte” (per mezzo lo cor me lanciò un dardo ched oltre ‘n parte lo taglia e divide).
Perciò se nella prima poesia la donna è fonte di ogni gioia (e quindi anche dell’amore) e quindi da un senso all’esistenza dell’uomo (versi 13 e 14), nella seconda ella genera dolore nell’amante togliendogli così la propria forza vitale.
Nonostante queste differenze, che Guinizzelli introduce il proprio componimento attraverso una lode al bel saluto e il nobile sguardo dell’amata, elemento che riscontriamo in tutti i versi di quello di Guittone.
Volendo riassumere ciò che è stato detto riguardo allo stile e alla concezione dell’amore dai due punti di vista: nel sonetto della scuola toscana i suoni sono dolci e provocano un clima sereno e di armonia e la donna è individuata come la fonte di ogni gioia; nella seconda poesia invece i suoni sono duri e taglienti e generano così un’aura di sofferenza attorno a chi legge e l’amore è concepito come una forza che addolora il corpo e lo spirito dell’amante.

Nessun commento:

Posta un commento