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mercoledì 17 ottobre 2012

Testo argomentativo "L'abbandono della FIAT al mercato italiano"


La FIAT sta progettando di chiudere gli stabili nei quali fino ad ora sono state prodotte le automobili al fine di imporsi nel mercato estero, una mossa intelligente che, secondo le previsioni, porterebbe grandi vantaggi da un punto di vista economico alla società torinese.
Infatti, secondo l’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne, la FIAT ha accumulato in Europa perdite da ben 700 milioni di euro, una lacuna considerevole causata dall’elevato costo della manodopera, che riesce a colmare, almeno in parte, grazie alle vendite nei paesi come Brasile e Canada, nei quali l’acquisizione di una consistente quota del pacchetto azionario della Chrysler (avvenuta nel giugno del 2011) ha portato notevoli vantaggi.
Oltretutto la situazione italiana non sembra evolversi in positivo, non solo dal punto di vista economico (si ricordi che il debito pubblico italiano è pari a poco meno del 100% del PIL e che lo spread è calato vertiginosamente solamente grazie all’acquisizione illimitata da parte della BCE di bund tedeschi), ma anche dal punto di vista di come approcciarsi ai problemi del lavoro: ogni giorno assistiamo a scioperi organizzati dalle organizzazioni sindacali, come la CGIL, la FIOM o l’UIL, volti a protestare contro i vertici aziendali la cui colpa è solo quella di produrre in un paese in cui la crisi economica è molto sentita. Lo stesso Marchionne ha dichiarato di aver più di 70 cause soltanto dalla FIOM. Inoltre, non lavorando, la gente perde lo stipendio di una giornata di lavoro, andando ad aggravare ancor più la sua situazione.
D’altro canto, si possono riscontrare anche degli aspetti negativi da questa interessante operazione, in particolare dall’aspetto sia economico che morale.
Nonostante nel Bel Paese la FIAT abbia subito perdite da 700 milioni di euro,  i ricavi provenienti dalla vendita di tali automobili è ancora oggi una parte non indifferente del PIL nazionale, ed un eventuale trasferimento all’estero comporterebbe un aggravarsi ulteriore della situazione delle casse dello stato.
Bisogna poi considerare la componente del lavoro, perché i dipendenti della FIAT, circa 80.000, sono un numero consistente almeno in Italia e dunque la chiusura delle fabbriche lascerebbe molta gente senza lavoro.
Dal mio punto vista però, il fatto che la società torinese decida di investire all’estero è del tutto naturale: il costo della manodopera in Europa è decisamente più elevato rispetto al resto del mondo, e perciò le aziende non investono più nelle catene di montaggio i cui prodotti sono destinati a un mercato di massa, ma allo sviluppo di tecnologie che non necessitino di macchinari costosi per costruirle. Al contrario, invece, nei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) la manodopera costa meno e quindi sicuramente ospiteranno nel prossimo futuro gli stabilimenti per l’assemblaggio dei mezzi di trasporto.
Questa decisione però non è stata presa solo dai manager dalle aziende automobilistiche, ma anche da tutti gli altri imprenditori che hanno intenzione di stare al passo con il mondo e non di esservi sopraffatti. Per quanto riguarda invece il problema dell’economia italiana, è necessario precisare che il nostro paese negli anni ’70 era riuscito a distinguersi in positivo tra gli altri stati dell’Eurozona, ma è proprio qui che nascono tutti i nodi: gli altri paesi hanno investito sulla cultura e sulle nuove tecnologie, noi invece siamo rimasti ancorati al vecchio sistema, con il risultato che oggi siamo in netto svantaggio rispetto agli altri.
Le imprese si rinnovano perché è il mondo che necessita di un rinnovo.

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