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giovedì 22 novembre 2012

Relazione di "Apologia di Socrate" (Platone)


“Apologia di Socrate” è un’opera scritta da Platone, il quale intese riportare le parole pronunziate dal suo maestro durante il processo che lo vede imputato nel gennaio del 399 a.C.: come espresso nel titolo, si tratta di un’apologia poiché lo scopo di Socrate è quello di difendersi dalle accuse mossegli contro da Meleto (accusatore ufficiale), Licone e Anito: in particolare quest’ultimo riteneva che i dialoghi socratici fossero una minaccia per la rinnova democrazia, restaurata dopo la caduta del regime oligarchico (404 a.C.).
I tre lo accusarono di:
1.      non riconoscere gli dèi che lo stato riconosce, dato che criticava alcuni miti di divinità minori e maggiori;
2.      introdurre nuove forme di culto (fu Meleto ad interrogarlo su tale questione);
3.      corruzione di giovani (in questo è Anito).
Ovviamente questi erano solo dei pretesti per condannarlo, mentre le vere motivazioni risiedevano nel contesto politico: all’epoca i governanti erano scelti a caso tra i membri delle famiglie nobili, ma Socrate non era d’accordo perché, secondo lui, come non tutti sono in grado di guidare una nave, non tutti sanno distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è.
Con “nuovi dei” si indicavano sia le antiche personificazione della cosmologia ionica, sia una sostanza primordiale da cui si sarebbe generata tutta la realtà.
Socrate parla inoltre di un demone (voce demoniaca = δαιμόνιόν τι) che lo invita fin da piccolo a non compiere determinate azioni.
Il testo originale presentato al tribunale, ovviamente tradotto dal greco antico, era questo:
<< Socrate è reo e si dà da fare in cose che non gli spettano:
investigando ciò che è sotto la terra e quello che è in cielo;
tentando di far apparire migliore la ragione peggiore;
e questo medesimo insegnando altrui. >>
Socrate farà notare al pubblico che tali parole erano identiche a quelle di Diopite nel processo contro Anassagora (maestro di Archelao, il quale sarà maestro di Socrate).
L’apologia si divide in tre parti: “La difesa”, “La pena” e “Dopo la condanna”.

La difesa
Socrate divide i suoi accusatori in due gruppi: quelli vecchi e quelli nuovi.
·         I primi (di cui fa parte anche Aristofane) lo avevano accusato di aver istruito i giovani in cambio di soldi, ma egli non aveva né un’elevata abilità oratoria, né aveva tentato si circondarsi di discepoli (tipico dei Sofisti), bensì loro avevano scelto di seguirlo. Ma allora da dove nacquero tutte le dicerie sui suoi conti?
Quando il suo amico Cherofonte giunse all’oracolo di Delfi ed aveva domandato se ci fosse un uomo più sapiente più sapiente di Socrate, gli venne risposto di no.
Saputo ciò, l’accusato si recò da un noto oratore e notò che seppur entrambi non sapessero definire cosa fosse bello e cosa buono, il primo ne era consapevole, il secondo no.
Tentò anche con artisti e poeti, riscontrando che in entrambi i casi essi sapevano meno delle loro opere rispetto ai presenti lì vicino, ed inoltre ritenevano di essere superiori anche nelle discipline che non competevano loro.
A questo punto Socrate definisce la “sapienza assoluta” come proprietà appartenente solo al Dio che conosce tutte le cose, mentre la “sapienza umana” è la conoscenza di sé, non delle cose: il vero sapere è essere consapevoli di non conoscere. Coloro che lo accusano (tra le altre cose, uno era oratore, uno artista e l’altro poeta)  non vogliono conoscere la verità e perciò preferiscono sbarazzarsi di lui.
·         Si procede con l’arringa difensiva nei confronti di Meleto, il quale sostiene che a corrompere i giovani sia solo Socrate. Quest’ultimo si difende portando come esempio il caso dei cavalli, cioè che solo pochi sanno prendersi cura di loro nel modo appropriato, mentre gli altri rischiano di causare danni: non accadrà mai il contrario, così anche tra gli uomini solo pochi sanno educare i fanciulli, mentre gli altri non possono.
Poi, se le persone buone trasmettono del bene al prossimo e quelle malvagie del male, significa che senza alcun dubbio, essendo lui vecchio e ignorante, ha acquisito la corruzione da altri e perciò compie azioni maligne involontariamente: non deve quindi essere giudicato da un tribunale, ma istruito affinché possa controllarsi. Oppure, ipotesi molto più probabile, egli non ha corrotto nessuno.
Infine Meleto sosteneva che Socrate fosse ateo perché riteneva, come Anassagora, che il Sole fosse pietra e la Luna terra, ma anche che credesse in fatti demoniaci: ovviamente ciò non è possibile perché credere a quest’ultimi implica credere all’esistenza di demoni, che sono figli di dei.
·         Concluso il dialogo con Meleto, Socrate ammonisce coloro che temono la morte perché, seppur sia sconosciuta al vivente, questo crede di conoscerla e non si dimostra perciò sapiente: perciò egli non ha paura, ma avverte coloro che lo vogliono morto che, dopo di lui, il dio invierà qualcun altro più giovane a predicare la cura dell’anima perché sede della conoscenza e quindi delle virtù.
Socrate si paragona inoltre ad un tafano perché ritiene che il dio lo abbia imposto alla città affinché stimoli e rimproveri uno per uno i cittadini.
·         Segue un frammento in cui spiega la decisione di non intraprendere un percorso politico, poiché, opponendosi al modo di amministrare la legge, sarebbe morto dopo poco tempo.
·         Socrate invita a notare la presenza dei suoi discepoli che hanno scelto di seguirlo, e sono lì insieme ai loro parenti non per farlo condannare, ma per sostenerlo. Spiega anche l’assenza dei suoi familiari: non intende commuovere i giudici dimostrandosi un vile, ma preferisce mantenere alta la sua reputazione.

La pena
A conclusione del suo discorso, sostiene che per ciò che ha compiuto in vita, l’aver trascurato i propri interessi e rispettato la legge, meriterebbe un premio: essere mantenuto dallo Stato nel Pritanèo. Nel caso volessero condannarlo a morte, ribadisce di essere indifferente, se fosse stato esiliato avrebbe continuato a filosofare, nel caso di una multa i suoi discepoli avrebbero fatto da garanti, mentre in carcere avrebbe continuato a esaminare la gente che lo circondava: non aveva di che temere.
Dopo la condanna
Socrate si interroga su cosa sia la morte, la quale può essere intesa come:
1.      l’annullamento dell’essere e quindi dei sentimenti. Questo sarebbe meraviglioso perché sarebbe molto simile ad un sogno.
2.      la migrazione dell’anima verso un altro luogo, il che sarebbe un vantaggio perché troverebbe figure come Omero ed Esiodo da giudicare come in vita.
Egli perciò non è arrabbiato con quelli che l’hanno condannato, ma si augura comunque che coloro che non curano la propria anima siano scherniti dagli altri.

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