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domenica 6 gennaio 2013

Letteratura inglese - Traduzione "The Knight's Tale" (2a parte del libro) di Geoffrey Chauser


The Knight’s Tale
Palemone e Arcita erano due cugini che vivevano nella città greca di Tebe. Il re di Tebe, Creonte, era un uomo vecchio, molto cattivo che trattava i suoi nemici molto male. Teseo, il duca di Atene, incontrò un gruppo di donne mentre stava viaggiando. Stavano piangendo.
“Ci aiuti, signor Teseo. Siamo tutte vedove. Creonte ha ucciso i nostri mariti!”.
Teseo decise di attaccare Tebe. Mandò sua moglie, Ippolita, e sua (della moglie) sorella, Emilia, al suo palazzo dove sarebbero state salve.
Poi marciò verso Tebe coi suoi soldati.
Palemone e Arcita combatterono coraggiosamente per difendere la loro città ma, alla fine, caddero svenuti a terra. I soldati vincitori di Atene camminavano tra i cadaveri sul campo di battaglia.
“Venite qui!”, urlò un soldato. “Questi due stanno ancora respirando. Sono vivi!”.
Si trattava di Palemone e Arcita. Teseo prese i due giovani prigionieri. Li portò ad Atene e li chiuse in una torre alta e scura. L’oro non poteva comprare la loro libertà. Erano prigionieri per tutta la vita!
Una mattina di maggio, Emilia, la sorella della regina Ippolita, stava camminando nel giardino vicino alla torre. Era bella quanto i gigli e le rose e crescevano là. Cantò come un angelo. Palemone, che stava guardando tristemente fuori dalla finestra, gridò quando la vide. Una freccia aveva attraversato il suo cuore. Si era innamorato.
Arcita lo sentì gridare. Anche lui andò alla finestra e guardò attraverso le spesse sbarre di ferro. Non appena vide Emilia, anche lui si innamorò di lei. Erano entrambi innamorati della stessa donna!
Palemone era arrabbiato con Arcita. “Sei mio amico e mio cugino. Quando eravamo bambini, promettemmo che ci saremmo sempre aiutati l’un l’altro. Adesso tu mi hai tradito! Sei innamorato della mia dama!”.
“La amo più di te” rispose Arcita. “Ho ragione ad amarla. Non c’è nessuna legge in amore. Ma smettiamo di litigare. Siamo entrambi prigionieri. Lei non sposerà mai uno di noi”.
Ogni giorno i due cugini, con i cuori ardenti, osservavano attraverso le sbarre e la guardavano camminare nel giardino.
Poco dopo questo, un duca proveniente da Tebe venne a visitare il duca Teseo. Questo visitatore era un amico di Arcita e pregò Teseo di liberarlo dalla prigione. “Ti pagherò il denaro” disse.
Il duca Teseo parlò severamente. “Acconsento a lasciarlo andare. Se mai ritornasse, lo ucciderò”.
Così Arcita ricevette la sua libertà ma doveva ritornare a Tebe mentre Palemone rimaneva nella torre tutto solo.
Arcita era molto infelice. “Sono libero ma non posso vedere la bella Emilia. Palemone è molto più fortunato di me. Ogni giorno, può guardare fuori dalla sua finestra e osservarla camminare in giardino. E’ in Paradiso!”.
Palemone era allo stesso modo infelice. “Arcita è molto più fortunato di me. Può radunare un grande esercito a Tebe e marciare contro Atene. Se vincesse la guerra contro Teseo, potrebbe sposare Emilia. E’ in Paradiso!”.
Arcita, comunque, aveva un piano diverso. Egli tornava segretamente ad Atene. Sembrava pallido e malato perché aveva sofferto per così tanto con il cuore spezzato. Nessuno lo riconosceva. Si tolse i suoi abiti signorili e indossò i vestiti di un povero uomo. In seguito andò alla casa della dama Emilia. “Il mio nome è Filostrato”, disse ai servi. “Sto cercando un lavoro.”
Lui era un forte, laborioso giovane uomo, quindi gli fu dato un lavoro. Arcita diventò il servitore personale della dama Emilia! Ma se qualcuno le avesse riconosciuto, sarebbe morto.
Palemone stette nella torre per sette anni. Un giorno, comunque, un amico lo aiutò a scappare. Diede alla guardia un bicchiere di vino con delle droghe in esso che lo fecero addormentare. Poi Palemone fuggì. Si mosse furtivamente (crept) attraverso Atene nel mezzo della notte e raggiunse la campagna dove si nascose in un boschetto. Entrambi gli amanti ora erano liberi.
Era maggio. Tutti i prati erano verdi, i fiori erano colorati vivacemente e gli uccelli stavano cantando. Pensando al suo amore per Emilia, Arcita cavalcò verso la campagna.
“Sono in una terribile situazione”, disse a voce alta, pensando che nessuno stesse ascoltando. “Non posso usare il mio vero nome. Sono solo un servo per la mia padrona che voglio rendere mia moglie.”
Palemone si stava nascondendo nelle vicinanze della foresta. Quando sentì Arcita, egli era molto arrabbiato e si precipitò verso di lui.
“Emilia è mia!” urlò. “Non devi amarla.”
“Tu sei pazzo d’amore,” disse Arcita
I due cugini iniziarono a combattere, come un leone e una tigre nella foresta, finché non furono in piedi in un fiume di sangue.
Nello stesso giorno, Teseo si svegliò presto nel suo palazzo in città. “E’ una giornata limpida e luminosa. Andremo a cacciare”, decise. Cavalcò verso la campagna con Ippolita, la sua bella regina, e sua sorella, Emilia. Improvvisamente, vide due uomini che combattevano come animali nel mezzo della foresta.
“Fermi!” gridò. “Chi siete?”
“Io sono Palemone,” rispose uno. “Merito di morire. Sono scappato dalla tua prigione. Ma questo è Arcita. Anche lui merita di morire. E’ tornato ad Atene da Tebe sotto il nome di Filostrato. Stavamo combattendo perché amiamo entrambi la signora Emilia. Ci uccida entrambi nello stesso momento!”
“Sì, voi meritate di morire,” disse Teseo. “Siete i nemici di Atene.”
Ma Emilia e le sue dame (di compagnia) pregarono Teseo di non ucciderli.
“Sono uomini giovani, belli e di buona famiglia. Perdonali.”
Teseo pensò attentamente. “Un buon re non deve essere arrabbiato. Deve essere calmo e saggio. Il Dio dell’amore è molto potente. Invece di scappare a Tebe, Palemone e Arcita rimasero qui perché ti amavano, Emilia, sebbene tu non sapessi niente del loro amore! Fui innamorato quando ero giovane. Anch’io ho fatto cose stupide per amore. Permetterò loro di vivere.”
Tornò da Palemone e Arcita. “Solo uno di voi può sposare mia cognata. Scappate e radunate cento cavalieri ciascuno. Nel giro di un anno, tornate ad Atene. I vostri due eserciti combatteranno e il vincitore sarà il marito di Emilia.”
I due cugini erano molto felici. Si inginocchiarono davanti a Teseo e lo ringraziarono. Poi ritornarono il più velocemente possibile a Tebe. Un anno dopo, tornarono ad Atene. Ognuno cavalcò alla testa di cento cavalieri. La gente di Atene uscì per le strade per guardare.
Arcita pregò Marte, il dio della guerra, e Palemone pregò per l’aiuto di Venere, la dea dell’amore. Gli uomini di Arcita portavano la bandiera rossa di Marte e quelli di Palemone quella bianca di Venere.
La battaglia durò dal mattino fino alla sera ma alla fine Arcita e i suoi cento cavalieri guadagnarono la vittoria. Marte ha vinto! “Arcita sposerà Emilia,” annunciò Teseo.
In Cielo, tra gli dei e le dee, Venere era molto arrabbiata. “Sono la Regina dell’Amore ma ho perso.”
Guardò giù nel mondo e vide Arcita che cavalcava sul suo cavallo verso Emilia per prenderla in sposa. Si guardarono dolcemente reciprocamente. Le donne di solito amano il vincitore. Ma poi Venere agì. Improvvisamente, ci fu un piccolo terremoto. La terra tremò sotto il cavallo di Arcita. Il cavallo era spaventato e gettò Arcita a terra. Lui cadde dalla sella e si ferì gravemente.
Portarono Arcita al suo letto e mandarono dei medici. “Emilia! Emilia!” chiamò lui. I dottori cercarono di salvarlo ma egli sapeva che sarebbe morto. Palemone ed Emilia andarono al suo capezzale.
“Oh dama Emilia, la amo molto. Lei è la regina del mio cuore. Mi prenda tra le sue braccia e mi ascolti attentamente. Ora mi dispiace di aver litigato con Palemone, che anche la ama. Prima di morire, se lei desiderasse sposarsi, pensi a lui.”
Guardò negli occhi di Emilia. Poi morì.
Ci fu un gran funerale. Il corpo di Arcita fu posto in un maestoso fuoco proprio come, nella sua vita, aveva bruciato nel fuoco dell’amore.
Emilia e Palemone erano entrambi molto tristi. Avevano perso un marito, un cugino e un amico.
“Da due dolori, fate una gioia perfetta,” disse Teseo.
“Sposatevi tra di voi, come Arcita desiderava.”
Così Palemone e Emilia si sposarono e vissero tutto il resto delle loro vite in gran felicità.
“E questa è la fine del mio racconto,” disse il cavaliere.

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