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lunedì 29 aprile 2013

Filosofia - Immortalità e reminiscenza (Platone - Menone)


Nel passo proposto del dialogo platonico “Menone”, Socrate dimostra come la conoscere sia sinonimo di ricordare, e che quindi la Verità sia raggiungibile attraverso la reminescenza.
Il brano si apre con Menone che tenta attraverso un abile gioco di parole di screditare il suo interlocutore, paragonandolo a una torpedine, ossia un uomo che “intorpidisce nell’anima e nella bocca”, e quindi rende insicuro il prossimo; ed inoltre aggiunge che in un’altra nazione sarebbe stato arrestato. Socrate gli risponde “… tutti i belli … si compiacciono di essere paragonati. Torna a loro vantaggio, infatti, dal momento che credo che dei belli saranno belle anche le immagini. Tuttavia io non proporrò un paragone con te”, col significato che non è difficile mettere in cattiva luce un uomo già contestato dagli altri, ed è per questo che i belli (in questo caso Menone è sostenuto da molti) non temono confronti. Sottolinea anche che egli, se intorpidisce gli altri, lo fa involontariamente essendo lui stesso intorpidito: ciò richiama due fondamenti presenti anche ne “L’Apologia di Socrate”, ossia che se lui fa del male, lo fa solo involontariamente (anche se in questo caso lo scopo non è difensivo), e che lo stesso filosofo deve il primo luogo porsi delle domande, mettere in discussione le proprie convinzioni per giungere ad una conclusione razionale, dedicando la propria vita alla ricerca.
A questo punto può iniziare la parte più importante del dialogo, con Socrate che propone di esaminare cosa sia la virtù, ma l’interlocutore risponde prontamente come sia impossibile analizzare qualcosa di cui non si conosce l’esistenza: infatti l’uomo non cerca quello che sa, perché lo sa e non ha bisogno quindi di cercarlo, né ciò che non sa, perché non sa neppure cosa cercare.
E’ proprio a questo punto che si individua il nodo cruciale della questione. Socrate ricorre a ciò che ha sentito da alcune figure religiose: l’anima dell’uomo è immortale, ora muore ora rinasce, ma non è mai distrutta. Ne deriva che essa abbia già visto tutto, e perciò l’apprendimento e la ricerca sono opere di reminescenza.

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