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mercoledì 1 maggio 2013

Letteratura italiana - Il pensiero politico di Dante Alighieri (saggio breve)


Volendo chiedere ad uno studente di identificare una figura chiave per l’Europa del Trecento, la sua mente andrebbe a pescare nomi di regnanti o papi: difficilmente sceglierebbe il personaggio di Dante Alighieri, famoso certamente per aver composto la Divina Commedia, ma meno considerato per il suo pensiero politico. Ebbene egli nelle sue opere, quali “De Monarchia” e la stessa Commedia, esprime un giudizio molto severo nei confronti di Firenze e stabilisce i canoni del regno perfetto e dei rapporti tra Impero e Chiesa.
Ma cosa ha portato il poeta ad elaborare queste sue idee, quali eventi lo hanno costretto a staccarsi dalla massa?
Dante vive a cavallo tra il XIII e XIV secolo, in un contesto sociale in cui la civiltà è estremamente legata alla città alla casa, alla famiglia e quindi radicata nel territorio natale: l’idea di “abitante del mondo” e subordinata al binomio individuo-cittadino che risulta perciò un caposaldo della mentalità dell’epoca.
Ne deriva che l’esilio, solitamente in seguito alla sconfitta in una guerra tra fazioni della stessa città, comportava la perdita non solo della dignità civile, ma anche individuale perché l’esclusione dalla vita cittadina aveva ripercussioni anche ultraterrene: infatti la sublimazione dell’umano e la sua trascendenza si configuravano anche come città celeste, ma la radiazione dalla comunità  non gli consentiva di raggiungere l’aldilà.
Dante stesso fu espulso da Firenze in seguito alla sconfitta dei Guelfi Bianchi da parte dei Neri, come riportato nel VI canto dal goloso Ciacco che spiega: <<… la parte selvaggia  caccerà l’altra. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia>>, cioè che i Bianchi (parte selvaggia, perché provenienti dal contado) avrebbero temporaneamente sconfitto i Neri, ma quest’ultimi si sarebbero riscattati dopo tre anni con l’aiuto di Bonifacio VIII (= tal che testé piaggia).
Attraverso l’espressione del verso 73 <<Giusti son due>>, l’autore vuole far riferimento all’episodio biblico riguardante la salvezza di Sodoma, una città i cui abitanti avevano peccato più volte di empietà: Dio era intenzionato a raderla al suolo, ma Abramo si oppose e in cambio offrì pochi uomini giusti.  Anche a Firenze regna il male , la corruzione e la discordia poiché la giustizia viene trascurata.
Il poeta fiorentino tuttavia decide di ribellarsi a questi principi, a queste convinzioni, molto spesso in contraddizione tra loro, accusando d’iniquità i magistrati che lo avevano giudicato: si trasforma così in una vittima della giustizia, convertendo in tal modo la sua condizione di esiliato in un privilegio.
Segno evidente del suo distacco dalla città natale è l’introduzione dell’Epistola a Cangrande della Scala, che recita le parole <<Incipit Comedia Dantis Alagherii, florentini natione non moribus>>: significativa è la seconda parte, attraverso la quale Dante esprime tutta la sua disapprovazione nei confronti di una città che non lo accetta più.
Questa sua nuova consapevolezza lo portò a misurare la realtà non più da un punto di vista strettamente cittadino, e quindi limitato, ma al contrario discutendo della concezione universalistica del potere: secondo Dante, Impero e Papato sono come due linee parallele tirate all’infinito perché ognuno ha un fine indipendente dall’altro ma entrambi dettati dalla Provvidenza (definita “ineffabile”, ossia “indescrivibile”).
Ma quali caratteristiche deve avere il pontefice e quali il sovrano? Il primo deve svolgere il ruolo di “lume divino”, cioè colui atto a condurre, per mezzo delle dottrine rivelate, il genere umano verso la beatitudine della vita eterna consistente nella visione di Dio nel paradiso terrestre; il secondo invece deve essere sia un uomo di spada e advocatus (= difensore) del papa, sia una potenza intellettuale e filosofica per guidare i suoi sudditi verso la beatitudine nella vita terrena tale da permettere di vivere liberamente in pace e di sfruttare i propri talenti : la sua Monarchia dovrà essere universale e centrata in Italia, come l’antico Impero Romano che conquistò la quasi totalità del mondo allora conosciuto. Non è un caso che Dante apprezzi l’arrivo di Enrico VII in Italia e ne parli in tre delle sue Epistole latine: probabilmente il poeta lo considerava il “Veltro”, cioè colui che era destinato a riportare la pace in quel clima di caos scaturito dal conflitto tra potere temporale e spirituale.

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