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martedì 11 giugno 2013

Letteratura italiana - es n°6 pag 486 (Confronto tra Cavalcanti e Petrarca) de "Il piacere dei testi vol. 1"

Il sonetto petrarchesco “Era il giorno ch’al sol si scoloraro” e quello cavalcantiano “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core” presentano sia analogie che differenze il merito al piano contenutistico (da un punto di vista metrico, lo schema delle rime rimane ABBA, ABBA, CDE, CDE).
Innanzitutto, ad una prima lettura risulta evidente il ricorso da parte di entrambi i poeti di un linguaggio appartenente al campo semantico della guerra: la passione amorosa, se lo stilnovista è paragonabile ad un dardo che mi gittò ritto al fianco, per Petrarca è una saetta. In entrambi i casi Amore (sia in uno che nell’altro è personificato) provoca dolore nell’animo del letterato.
Ciò che accomuna questi due autori è anche l’ambiente in cui si sviluppa il componimento: puramente psicologico, quindi senza legami con la sfera materiale. In Cavalcanti la situazione viene tuttavia oltretutto generalizzata e oggettivata, annullando così qualsiasi coinvolgimento sentimentale da parte del poeta che può così tracciare il disegno di un’ Amore universale.
Petrarca invece non descrive l’Amore in sé, ma l’esperienza personale: si tratta del primo incontro con Laura, durante il quale egli, non aspettandosi alcuna insidia, rivolse lo sguardo ai suoi occhi. Secondo il parere del poeta, Amore lo colpì senza onore, perché si limitò a ferire lui che era disarmato, mentre risparmiò la donna armata. Ne deriva un quadro del tutto negativo dell’amore, una passione che intacca il cuore come dimostrato dal parallelismo iniziale: le sofferenze del poeta iniziano il Venerdì santo, giorno in cui Cristo fu crocifisso. La figura resa è tuttavia antitetica, dato il Redentore si sacrificò per la salvezza dell’umanità, Francesco soffre invece per ragioni vane e profane. Ciò dimostra il dissidio interiore del poeta, il quale tenterà di superarlo seguendo la dottrina agostiniana.

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