Cerca nel blog

domenica 6 ottobre 2013

Filosofia - Il genere letterario dell'utopia

Il Cinquecento e il Seicento sono secoli segnati da eventi politico-economici e culturali di grande impatto sulle società e sugli intellettuali: i conflitti tra gli Stati europei, le contrapposizioni religiose, l’emergere di diverse dinamiche tra le forze sociali, i nuovi rapporti economici tra le potenze, la trasformazione delle strutture statali, l’affermazione dell’assolutismo ecc. Sono solo alcuni degli elementi che sollevarono un acceso dibattito politico, che cercò di fornire, attraverso differenti modelli di organizzazione della società e dello Stato, soluzioni a ciò che allora appariva più minacciato: la pace, la serenità della convivenza e la giustizia. Ma gli stimoli alla riflessione politica vennero anche dal dilatarsi degli orizzonti legato alle grandi scoperte ed esplorazioni geografiche, nonché dal diffondersi degli strumenti conoscitivi e metodologici legati alla rivoluzione scientifico-tecnologica.
Pur nei vari esiti di tale riflessione, i modelli politici elaborati in questo periodo possono ricondursi a due filoni principali: uno che si basa sull'osservazione realistica delle condizioni socio-politiche delle diverse nazioni e propone soluzioni che, a chi le elabora, appaiono concretamente realizzabili (citiamo a titolo di esempio le riflessioni di Machiavelli e Bodin nel Cinquecento, sviluppate con esiti diversi da Hobbes, Locke e Spinoza nel Seicento); l’altro, su cui vogliamo qui soffermarci, che assume Stati o città ideali come perfetti modelli di riferimento e si esprime attraverso proposte politiche “utopistiche”. I principali esponenti di questo secondo e ampio filone, che riprende il genere letterario “utopico” inaugurato dalla Repubblica di Platone, sono: Tommaso Moro, con l’opera Utopia del 1516, Tommaso Campanella, con La città del sole del 1602, e Francesco Bacone, con la Nuova Atlantide, pubblicata postuma nel 1627.
Senza entrare nel dettaglio delle tre opere, tracciamo un breve profilo del genere utopico, identificando i principali tratti comuni alle tre proposte politiche:
– protagonista di queste opere è un mondo ideale, immune da ogni difetto e ingiustizia, perfettamente organizzato e in grado di assicurare a tutti e a ciascuno pace, felicità e benessere. In tali società vi sono infatti rapporti economici egualitari, giuste istituzioni politiche, tolleranza religiosa, apertura culturale
– le tre società ideali, sulla scia di quella platonica, assegnano il governo ai sapienti (“sofocrazia”), nella convinzione che ciò ne assicuri la perfezione, e attribuiscono grande valore all’educazione
– tali società si ispirano a una religione che rappresenta lo spirito cristiano più autentico e che mette al bando ogni forma di dogma, superstizione, fanatismo, intolleranza, nonché tutte le sterili dispute teologiche
– l’organizzazione economico-sociale (in Moro e Campanella) è di tipo comunistico: abolizione della proprietà privata, delle disuguaglianze sociali, rigorosa organizzazione del lavoro (confluiscono anche qui suggestioni provenienti dal modello platonico, nonché dalle forme di organizzazione sociale delle prime comunità cristiane)
– comune a tali scrittori è il ricorso alla metafora del viaggio e dell’isola: Moro immagina che Utopia sia un’isola situata forse al largo delle coste brasiliane, dove una nave di Vespucci era affondata nel 1503 e aveva costretto allo sbarco l’equipaggio e il narratore Itlodeo; la Città del sole si trova nell'isola di Taprobana (Ceylon o Sumatra), e viene scoperta da un marinaio di Colombo, il “Genovese”, nel corso di un suo viaggio; la Nuova Atlantide è la mitica isola di Bensalem, nell’inesplorato oceano Australe, verso la quale una nave diretta in Cina viene spinta dal forte vento
– l’uso di metafore quali il viaggio e l’isola e il fiorire stesso del genere utopico si spiegano anche in base al fatto che il Cinquecento e il Seicento sono secoli di grandi viaggi e di esplorazioni in terre lontane, della scoperta di genti selvagge e sconosciute, con tutto il fascino dell’ignoto, della ricerca e del mistero che tali esperienze portano con sé. L’isola rappresenta, in tal senso, la dimensione del “radicalmente altro” rispetto al mondo in cui si vive; un “altro” al quale giungere solo con un viaggio, con una drastica deviazione dalla vita di sempre
– tali opere, nel rappresentare società perfette, non vogliono invitare a “fuggire” dal nostro mondo, ma a stabilire un termine di riferimento ideale al quale rapportare la realtà concreta; rappresentano uno stimolo alla trasformazione, non all'oblio delle cose.

Per avvicinarti allo stile e a un tema molto importante della letteratura utopistica – quello dell’educazione –, leggi il brano riportato qui di seguito, tratto dalla Città del sole di Campanella. Tale opera è definita dallo stesso autore come un «dialogo poetico», che si svolge tra un cavaliere dell’Ordine di San Giovanni (Ospitalario) e un marinaio di Colombo (Genovese). Quest’ultimo, raccontando al suo interlocutore il viaggio nell'isola di Taprobana, dove ha potuto visitare e conoscere la “città del sole”, così riporta ciò che ha osservato sull'educazione:

Genovese                       E s’allevan tutti in tutte le arti. Dopo li tre anni li fanciulli imparano la lingua e l’alfabeto nelle mura, caminando in quattro schere; e quattro vecchi li guidano ed insegnano, e poi li fan giocare e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi e scapigli1, fin alli sette anni, e li conducono nell’officine dell’arti, cositori2, pittori, orefici ecc.; e mirano l’inclinazione. Dopo li sette anni vanno alle lezioni delle scienze naturali, tutti; ché son quattro lettori della medesima lezione, e in quattro ore tutte squadre si spediscono; perché, mentre gli altri si esercitano il corpo, o fan li publici servizi, gli altri stanno alla lezione. Poi tutti si mettone alle matematiche, medicine ed altre scienze, e ci è continua disputa tra di loro e concorrenza; e quelli poi diventano offiziali di quella scienza, dove miglior profitto fanno, o di quell’arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. Ed in campagna, nei lavori e nella pastura delle bestie pur vanno ad imparare; e quello è tenuto di più gran nobiltà, che più arti impara e meglio le fa. Onde si ridono di noi che gli artefici appellamo ignobili3, e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia servitori con roina della republica.
Gli offiziali poi s’eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell’arte, li quali molto bene sanno chi è più atto a quell’arte o virtù, in cui ha da reggere, e si propongono in Consiglio, e ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può essere Sole se non quello che sa tutte l’istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti. Poi bisogna che sappia tutte l’arti meccaniche, perché ogni due giorni se n’impara una, ma l’uso qui le fa saper tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche, astrologiche. Delle lingue non si cura, perché ha l’interpreti, che sono i grammatici loro. Ma più di tutti bisogna che sia Metafisico e Teologo, che sappia ben la radice e prova d’ogni arte e scienza, e le similitudini e differenze tra le cose, la Necessità, la Possanza, Sapienza e Amor Divino e d’ogni cosa, e li gradi degli enti e corrispondenze loro con le cose celesti, terrestri e marine, e studia molto bene nei Profeti ed astrologia. Dunque si sa chi ha da esser Sole, e se non passa trentacinque anni, non arriva a tal grado; e quest’offizio è perpetuo, mentre4 non si trova chi sappia più di lui e sia più atto al governo.
Ospitalario         E chi può sapere tanto? Anzi non può saper governare chi attende alle scienze.
Genovese           Io dissi lor questo, e mi risposero: «Più certi semo noi, che un tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l’ignoranti, pensando che siano atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro Sole sia pur tristo in governo, non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa. Ma sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi sa più grammatica e logica d’Aristotile o di questo o di quell’autore; al che ci vuol sol memoria servile, onde l’uomo si fa interte, perché non contempla le cose ma libri, e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e gli usi della natura e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d’ingegno ad ogni cosa, onde è sempre attissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola, non sa quella né l’altre bene; e che colui che è atto a una sola, studiata in libro, è inerte e grosso. Ma non così avviene alli pronti d’ingegno e facili ad ogni conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s’imparano le scienze con facilità tale, come vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o quindici tra voi, e mira questi fanciulli.
T. Campanella, La città del sole e Scelta d’alcune poesie filosofiche, a cura di A. Seroni, Feltrinelli, Milano 1962, pp. 10-12




INTRODUZIONE
Utopia come disegno della ragione
"Un altro mondo è possibile" è lo slogan, diventato famoso in questi anni, dei movimenti new-global che si definiscono alternativi al modello di sviluppo economico e sociale del capitalismo liberista.
L'accusa che di solito viene rivolta allo slogan e ai suoi sostenitori è quello di essere degli utopisti: di mondi ne esiste uno solo, quello che la storia ci mostra giorno dopo giorno, e chi preferisce immaginarsi mondi differenti è, a seconda dei casi, o un perditempo o un sognatore o ambedue le cose assieme.
Da Platone in avanti il pensiero filosofico e politico occidentale non ha in verità pensato all'utopia come a un sogno, cioè come a un mondo immaginario in cui il principio di realtà non vige più, dove, per capirsi, nei fiumi scorre latte e miele e la sofferenza o la morte non esistono.
Al contrario, l'idea che ha mosso i grandi pensatori utopisti è stata quella di far dettare alla ragione le norme che devono regolare la realtà, partendo dalla considerazione che la storia, per come si è fin qui sviluppata, non ha mostrato grande razionalità, ma anzi si è rivelata un cumulo di errori e ingiustizie. L'utopia allora si presenta come il disegno razionale di una realtà "altra", un altro mondo possibile appunto, in cui le ingiustizie e le sofferenze prodotte fin qui dalla storia vengano limitate, se non azzerate, dalla presenza della razionalità nell'organizzazione sociale e politica. La ragione si presenta come guida all'azione, idea-limite di per sé non realizzabile, ma appunto in quanto tale, metro per misurare quanto la realtà e la storia siano lontane da essa.
Nei grandi pensatori utopisti solo un mondo disegnato secondo ragione coincide alla fine con la reale natura umana, che al contrario, la storia distorce e mutila nelle sue infinite possibilità, riducendole tutte a una, quella di volta in volta storicamente data.
E ancora le utopie ci dicono le aspirazioni, i sogni e le paure di un'epoca, rendendo manifesto il suo immaginario sociale e la sua delimitazione del confine tra possibile e impossibile, così che studiare i disegni utopici di un'epoca significa studiare i caratteri della sua realtà sociale.
La felice ambiguità del termine "utopia"
Il termine "utopia" deriva dal titolo della famosa opera di Thomas More, stampata a Lovanio nel 1516, Utopia, Libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sull'ottima forma di Stato e sull'ottima isola di Utopia. Se è semplice indicare la data di nascita del termine, meno semplice è ricostruirne l'etimologia che potrebbe derivare sia da eu-topos, e cioè luogo buono e felice, sia da ou-topos, luogo che non c'è, o ancora da entrambe le radici.
Da quel momento il termine ha avuto grande fortuna ed ha finito per significare ogni narrazione o ideologia che si muovesse nell'ambito delle due possibilità semantiche, articolandosi in linea generale secondo due prospettive:
  1. disegnare forme etico-politiche di per sé non realizzabili, ma che svolgono la funzione di guida e modello dell'agire politico concreto;
  2. disvelare in forme critiche o ironico-grottesche l'irrazionalità e l'assurdità dello stato di cose presente.
Così alla luce della prima prospettiva, la Repubblica di Platone è stata interpretata come la più compiuta utopia politica: la filosofia platonica disegna infatti una comunità ideale fondata sull'educazione e sulla giustizia: la prima in quanto in grado di guidare gli uomini a conoscere la differenza tra bene e male e a scegliere il bene, la seconda come garanzia che ognuno svolga il proprio dovere e, in quanto tale, si orienti verso il bene collettivo.
L'Utopia di More (Tommaso Moro) è un esempio della seconda prospettiva. Il libro è composto infatti in modo speculare di due parti distinte: nella prima c'è la descrizione impietosa dell'isola reale di Inghilterra; qui la brama di ricchezze di alcuni oziosi costringe intere famiglie di contadini alla fame, alla miseria e all'infrazione della legge, premessa per la loro condanna alla forca, in una sorta di osceno circolo vizioso per cui il sistema sociale crea i poveri per poi poterli giustiziare. Nella seconda parte c'è la descrizione dell'isola ideale, Utopia appunto, dove non esiste la proprietà privata, causa di ogni male dell'uomo, il lavoro è svolto da tutti i membri della comunità, uomini e donne godono degli stessi diritti in un clima di pace e tolleranza religiosa.


Nessun commento:

Posta un commento