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domenica 6 ottobre 2013

Letteratura italiana - Ariosto - Il palazzo incantato di Atlante (Es. pag 306-318 de "Il piacere dei testi vol. 2")

1)      Angelica, dopo aver pensato attentamente se concedersi ad Orlando o a Sacripante, alla fine sceglie il cavaliere pagano perché più facilmente manipolabile: si toglie perciò l’anello affinché egli la veda, permettendo però anche agli altri due presenti, Orlando e Ferraù, di vederla. I tre innamorati si lanciano al suo inseguimento, ma ella riesce a tornare invisibile grazie all’anello ed a prendersi gioco dei paladini: essi sono convinti di inseguirla, ma in realtà è lei che segue loro per assistere al divertente mutare della situazione. Orlando, Sacripante e Ferraù si rincontrano all’incrocio delle strade che ognuno aveva preso: il terzo minaccia gli altri due di non provare a cercare la principessa del Catai pena la vita, ma il primo non si lascia intimorire e, dopo aver appeso l’elmo ad un ramo (essendone il suo avversario sprovvisto) ingaggia un duello con il saraceno. Sacripante intanto continua la ricerca di Angelica, la quale, ancora invisibile, ruba l’elmo di Orlando e si dirige verso un fiume presso cui si nasconde. I due contendenti, accortisi della sparizione dell’oggetto, sospendono il conflitto al fine di trovarlo: il cavaliere francese giunge ad una valle, mentre l’altro trova la ladra (che fugge grazie all’invisibilità) e si appropria dell’elmo per poi decidere di dirigersi verso Parigi, seppur sia dispiaciuto di non aver sedotto Angelica.
2)      11- E mentre si muoveva di qua e di là,
angosciato e pensieroso,
vi trovò Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante e altri cavalieri
che andavano al piano di sopra e a quello di sotto, non percorrevano inutili vie meno di lui;
e si lamentavano del malvagio
e invisibile signore di quel palazzo.
12- Tutti lo vanno cercando, tutti gli danno
la colpa di un furto che abbia loro fatto:
chi è arrabbiato per  il cavallo rubato;
chi per la donna che ha perso;
altri lo accusano di altro: e sono il questa situazione, che non si sanno allontanare da quella gabbia; e sono stati in molti prigionieri di questo inganno per settimane e mesi.
13- Orlando, dopo aver cercato per quattro o sei volte per il palazzo strano
 disse fra sé: “Potrei abitarci qui,
sprecare tempo e fatica invano:
e il ladro potrebbe averla portata via attraverso un’altra uscita, ed essere molto lontano”.
Uscì nel prato verde, dal quale tutto il palazzo era circondato, con questo pensiero.
3)      Vi è un climax ascendente, “richiama, minaccia, caccia”, un’anadiplosi “il cavallier richiama: richiama il cavalliero”, un iperbato “e Brigliadoro a tutta briglia caccia”, l’iterazione di “briglia”, l’iperbole “dea” riferita all’amata e l’allitterazione della r in “da l’ira e da furia rea, con voce orrenda il cavallier richiama: richiama il cavalliero”.
4)      Le espressioni sono “or quinci or quindi invano il passo movea”, “quattro volte e sei tutto cercato ebbe il palazzo strano”, “sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando”, “ch’arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò” (pura coincidenza?), “la mia virginità ti raccomando più che l’anima mia, più che la vita”, “Per mezzo il bosco appar sol una strada”, “i sentieri a perder si venian ne la foresta”.
5)      La prolessi è “né fin quel dì dal capo gli lo sciolse, che fra duo ponti la vita gli tolse” (fine ottava 62). La struttura del tempo rispecchia quello che viene definito entrelacement: l’aggrovigliarsi dei fili narrativi genera un universo labirintico non avente una via d’uscita, una conclusione. Nessun personaggio riuscirà mai a raggiungere i propri obiettivi, e perciò il compimento della trama viene sempre rimandato per via prolettica, cosicché la materia del romanzo sia il risultato di un’addizione potenzialmente eseguibile all’infinito.
6)      Il caso svolge un ruolo centrale all’interno della materia ariostesca: è capriccioso e si diverte a giocare con la vita degli uomini, non permettendo loro di realizzarsi a pieno. Ciò si manifesta nell’intrecciarsi delle inchieste, e quindi nella struttura spazio-temporale del poema.
Il tal senso è evidente il pessimismo di Ariosto: per lui l’uomo non è più quello boccacciano in grado di servirsi delle proprie virtù per contrastare la sorte avversa, ma al contrario le è succube, incapace di contraddirla o per lo meno di rimandare il suo volere.
7)      Il palazzo incantato di Atlante rappresenta chiaramente lo stereotipo della corte cinquecentesca, ove l’intellettuale non viene impiegato da un punto di vista intellettuale o artistico, bensì in mansioni amministrative e diplomatiche. Per Ariosto la corte estense è una vera e propria prigione che lo isola dalla realtà circostante, rinchiudendolo in un ambiente sfarzoso che però non è quello che potremmo definire il suo “habitat naturale”.
Così anche il palazzo di Atlante, seppur sia costruito con marmi pregiati, le porte siano d’oro e le stanze provviste di tende e decorazioni pregiate, non rappresenta che una mera illusione per coloro che sono al suo interno (si parla appunto di incantesimo).

L’ironia e il commento personale non sono solo dei mezzi di cui si serve l’autore per impedire che il lettore si immerga troppo nella trama, ma anche delle preziose vie di fuga per sè stesso affinché possa riflettere sugli avvenimenti e trarne delle conclusioni.

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