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domenica 6 ottobre 2013

Letteratura italiana - Ariosto - Il Proemio dell'Orlando furioso (Es. pag 278-281 de "Il piacere dei testi vol. 2")

1)      Io canto delle donne, dei cavalieri, delle armi,
degli amori, dei comportamenti cortesi, delle audaci imprese risalenti a quando gli Arabi attraversarono il mare africano, provocarono tanto dolore in Francia, seguendo l’ira e il furore del loro giovane re Agramante, il quale intendeva vendicare la morte di Troiano  sconfiggendo l’imperatore romano Carlo.
Nel contempo narrerò delle gesta di Orlando ma riportate né in prosa né in poesia: egli che per amore divenne impetuoso e matto, era considerato prima un uomo talmente saggio; se dalla donna che mi ha reso così simile a lui da corrompere a poco a poco il mio ingegno, mi sarà concesso di rimanere tanto quanto mi basti per finire quel che ho promesso.
2)      I versi 3-4 della terza ottava sono riferiti all’opera de L’Orlando furioso: Ariosto non si è arricchito né con i servizi resi alla casata estense, né attraverso la divulgazione delle proprie opere, e perciò l’unica cosa che può donare è un frutto del suo talento.
3)      “con laude” è riferito al verbo “nominar”.
4)      E’ presente un enjambement tra il verso 1 e 2, e un iperbato al verso 2, dato che la coppia soggetto-verbo “io canto” è collocata a fine frase.
5)      “generosa”, “Erculea”, “splendor”, “opera d’inchiostro”, “tutto vi dono”, “degni eroi”, “laude”, “avi illustri”, “ceppo vecchio”, “chiari gesti”, “alti pensier” e “loco”.
6)      I personaggi presentati nel Proemio sono Carlo Magno, Orlando e Ruggiero. Per l’intreccio del Furioso si parla di entrelacement, ovvero un reticolo di filoni narrativi che si incrociano, si separano per poi intrecciarsi di nuovo: in questo caso i nomi presenti nel Proemio preannunciano tre coordinate spazio-temporali particolari, ovvero la guerra contro i Mori, il viaggio di Orlando nel tentativo di trovare Angelica e le vicende di Ruggiero e Bradamante, futuri fondatori della casata estense di Ferrara.
7)      Il Proemio de L’Orlando Furioso presenta una struttura affine a quella tipica della lirica cortese, ovvero studiata per la narrazione di fronte al pubblico concreto della corte: ciò è testimoniato dalle espressioni “io canto” (verso 2), “Piacciavi, generosa Erculea prole” (verso 9), “Voi” (verso 25) e “Vi farò udir” (verso 30). Nonostante questo, l’opera è pensata per la diffusione attraverso la stampa, rivolta non più ad un gruppo di nobili circoscritto alla corte, ma ad una corte ideale di intellettuali sparsi sul territorio peninsulare italiano.
8)      In seguito alla discesa in Italia nel 1494 da parte di Carlo VIII, si assiste ad uno svuotamento del potere delle corti, e di conseguenza anche del ruolo sociale che era stato fino a quel momento dell’intellettuale: se prima veniva assunto da un mecenate per elevare l’aspetto artistico-letterario della città, ora viene impiegato in mansioni amministrative e diplomatiche. Questo porterà molti di essi ad entrare nell’ordine clericale per arrotondare i propri guadagni.

Ariosto è figlio del suo tempo, e ne è testimone la terza ottava del Proemio, ove Ariosto sembra apprezzare gli affari politici che lo coinvolgono e sminuire l’attività poetica, ma il realtà è esattamente il contrario: prova fastidio per gli incarichi amministrativi e trova rifugio nei versi delle proprie opere (procedimento antifrastico). A peggiorare il rapporto tra egli e il cardinale Ippolito sarà la critica negativa di quest’ultimo nei confronti de L’Orlando Furioso, come spiegato da Ariosto nella Satira I.

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