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domenica 6 ottobre 2013

Letteratura italiana - Petrarca - Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono (es pag 481-484 de "Il piacere dei testi" vol. 1)

1)      Petrarca, rendendosi conto di aver sbagliato ad essersi abbandonato all’amore per Laura, cerca il perdono di coloro che, come lui, provarono il medesimo sentimento: gli è chiaro di averne ricavato solo vergogna, e perciò giunge alla conclusione che tutti i piaceri terreni siano vani. La purificazione (catarsi) può essere raggiunta solo nella forma, abbandonando il vario stile (il plurilinguismo).
2)      La rima ABBA ABBA si definisce “incrociata”.
3)      Si può notare l’allitterazione del gruppo me e la ripetizione lessicale del pronome di prima persona me meco (cum me = con me) – mi (particella riflessiva del verbo “vergognarsi”).
4)      Il tema della vanità viene richiamato dalla ripetizione allitterata di van nel verso undici (“vane” e “van”) e nel verso dodici (“vaneggiar[1]”). Queste espressioni richiamano la citazione biblica delle “Ecclesiae” “vanitas vanitatum et omnia vanitas”: il poeta è giunto all’inesorabile conclusione che l’amore non ha avuto altro che risvolti negativi, e che l’unica soluzione al suo conflitto interiore risiede nella sua poetica, in particolare nella forma dell’unilinguismo, priva di termini e suoni acerbi.
5)      Al verso 4 “quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono” Petrarca riversa sulla carta il suo sentimento di distacco nei confronti del passato, e ciò riecheggia anche attraverso il contrasto tra altri verbi, quali i passati “nutriva”, “era”, “fui” e i presenti “sono”, “veggio” “mi vergogno”, “è”.
Il poeta sente ormai il divario che allontana l’ingenuo ragazzo che era e l’uomo maturo quale è ora, in grado di distinguere ciò che è giusto seguire da ciò che non lo è.
6)      Il sonetto “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” è un emblema del filone tematico-stilistico che percorre il Canzoniere: la struttura complessiva del sonetto evidenzia l’animo tormentato dell’uomo medievale trecentesco che è Petrarca, per il quale si può parlare di una divaricazione dell’Io interiore ancora legato al mondo cortese, ma al tempo stesso proiettato verso quello che sarà l’Umanesimo. La prova di quest’ultimo aspetto è l’armoniosità del componimento, resa dall’assenza di rime “aspre”, ma attraverso la sintassi tipicamente latina (si noti che i verbi sono collocati per la maggior parte a fine verso) e l’inserto di termini generici che determinano, come definito da Contini, l’unilinguismo petrarchesco.
Il distacco dalla lirica cortese duecentesca è possibile da intravvedere attraverso l’analisi del vocativo all’inizio del primo verso “Voi”: il pubblico, cui il poeta aretino si rivolge, ravvisa i contorni di un pubblico nazionale di intellettuali, e quindi non si tratta di un’opera finalizzata alla lettura di fronte ad un pubblico concretamente presente, ma idealistico.
Un altro topos fondamentale del Canzoniere riscontrabile nella poesia in questione è il rifiuto della filosofia della Scolastica a cui si era rifatto Dante: Petrarca rinuncia ad affrontare il mondo nella sua molteplicità attraverso gli schemi aridi aristotelici, e propone una filosofia che consista nella contemplazione della propria interiorità e delle proprie inquietudini al fine di comprendere la natura umana (questo aspetto del Canzoniere è presente anche nel Secretum).
Per concludere, il tema del sonetto è senz’altro la  vanità del mondo terreno: “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, ovvero i sentimenti, le emozioni e i legami affettivi conducono solamente al dolore, come per lui è stato l’amore nei confronti di Laura. Non è possibile superarlo, se non nella forma, cercando di elevare il volgare a quella grazia che era stata del latino classico (catarsi nella forma).



[1] vaneggiare = perdersi in cose vane, correre dietro alle vanità

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