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giovedì 18 settembre 2014

Letteratura - Il Romanticismo (riassunto)

Il termine Romanticismo può designare sia il periodo storico che va dalla fine del Settecento fino alla metà dell’Ottocento, caratterizzato dall’opposizione tra diversi filoni artistico-letterari, sia un movimento che si concreta in gruppi intellettuali legati da principi comuni.
1.    GLI ASPETTI GENERALI DEL ROMANTICISMO EUROPEO
Durante tale arco temporale, in Europa si assistette a numerose trasformazioni.
La rivoluzione politica francese aveva dato voce alle idee di libertà ed uguaglianza in contrapposizione a quelle di autorità e gerarchia.
Ma soprattutto la rivoluzione economica aprì lo sviluppo del ceto borghese, divenuto potente grazie al calcolo e all’intraprendenza, e provocò una serie di cambiamenti radicali della vita quotidiana: infatti l’industrializzazione aveva introdotto una quantità di merci prima impensabile nel mercato, con la conseguente crisi del lavoro artigianale, mentre la diffusione della macchina a vapore permise la velocizzazione dei trasporti e rapporti più stretti tra i vari paesi del continente.
Se da un lato tutto ciò sembra aver migliorato la qualità media della vita, dall’altro la sensazione di impotenza nei confronti del nuovo sistema economico sfocia in un’insicurezza collettiva che investe anche la letteratura, la quale comincia a trattare tematiche negative quali la delusione, il mistero, l’orrore e la morte.
Muta anche la figura dell’intellettuale: se prima la condizione agiata gli permetteva di dedicarsi interamente all’attività letteraria, ora necessita di un’occupazione per provvedere al proprio sostentamento e guarda alla realtà con atteggiamento critico. In un mondo in cui ciò che conta è il profitto, l’attività artistica viene sottovalutata, tanto che l’opera è ritenuta semplicemente una merce di scambio: l’autore in genere accetta i meccanismi del mercato, ma interiormente si sente umiliato e offeso.
I due motivi dominanti nel Romanticismo sono il sogno e la follia, in quanto costituiscono i canali per entrare in contatto con l’irrazionale: ciò comporta un’attenzione per la psiche individuale (soggettivismo), dalla quale è originata l’intera realtà (elemento cardine della filosofia idealistica), e culti religiosi alternativi come il satanismo (in quest’ultimo caso si parla di Romanticismo “nero”).
Tuttavia l’intellettuale non raggiungerà mai una meta definita, ma sarà sempre mosso da un senso di inquietudine (Sehnsucht = “male del desiderio”) tradotta in un desiderio di fuga sia spaziale (verso luoghi lontani e indefiniti), che temporale (Medio Evo, Grecia antica …): uno dei miti preferiti dai Romantici è la età primitiva, quando l’uomo era ancora spontaneo e ingenuo.
Oltre che della cosiddetta “malattia romantica” (prevalere di tematiche negative), si è parlato anche di Romanticismo positivo, ovvero l’esaltazione del concetto di nazione intesa come lo “spirito del popolo” che compendia in sé il patrimonio culturale di un gruppo esteso di individui, e del senso della storia intesa come fase di un processo in cui ogni momento è indispensabile (al contrario di quanto sostenevano gli Illuministi). La critica moderna ha rivalutato il Romanticismo negativo, ritenendolo il risultato della percezione del mutamento dell’assetto socioeconomico.
Da un punto di vista prettamente politico, l’intellettuale sceglie di assumere una posizione liberale, favorevole alla rivoluzione per raggiungere l’uguaglianza, oppure reazionaria, favorevole ad un sistema feudale gerarchizzato.

2.    L’ITALIA: STRUTTURE POLITICHE, ECONOMICHE E SOCIALI DELL’ETA’   RISORGIMENTALE
I moti insurrezionali del ‘20-21 e ’30-31 organizzati dalle società segrete fallirono come anche i tentativi di coinvolgimento popolare da parte della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini.
Nel 1848 Carlo Alberto mosse guerra contro l’Austria, che all’epoca controllava il Lombardo-Veneto, dando inizio alla Prima guerra d’Indipendenza, ma venne sconfitto e costretto ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II: dietro la direzione del primo ministro piemontese Camillo Benso di Cavour, egli avviò una serie di riforme atte al miglioramento del Regno sabaudo. Strinse inoltre un’alleanza con Napoleone III, il quale lo affiancò nel 1859 nella Seconda guerra d’Indipendenza, conclusasi con l’annessione della Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria (le ultime quattro grazie a dei plebisciti). Nel 1860 Giuseppe Garibaldi conquistò con un esercito di volontari, i Mille, la Sicilia e risalì la penisola in direzione Roma, ma essendo quest’ultima protetta dalla Francia (con cui la Sardegna era alleata), il re torinese scese lo Stivale fino a raggiungere Garibaldi a Teano. Il 17 marzo 1861 nacque il Regno d’Italia, il cui governo fu presieduto fino al 1876 dalla Destra Storica, e poi dalla Sinistra.
Nel 1866, grazie all’intervento della Prussia, venne vinta la Terza guerra d’Indipendenza con la quale venne annesso il Veneto. Nel 1870, in seguito alla dissoluzione dell’Impero francese, l’Italia poté conquistare lo Stato pontificio.
Dal 1815 al 1861 le leggi protezionistiche avevano ostacolato la libera circolazione delle merci, la censura aveva impedito la diffusione di idee e l’industria non era tanto sviluppata quanto negli altri paesi europei: queste furono solo tre delle molte cause dell’arretratezza civile, culturale ed economica.
Non si poteva ancora parlare di una classe borghese moderna, ciononostante l’aristocrazia progressista non viveva più come in passato di rendite passive, ma partecipava attivamente allo sviluppo del paese alleandosi con i ceti medi produttivi (imprenditori e commercianti): essi si identificavano con le idee di “libertà”, “progresso” e “civiltà” e ritenevano che il passato glorioso dell’Italia costituisse l’elemento unificante all’interno della nascente borghesia italiana.
Dall’idea di nazione erano tuttavia esclusi i ceti popolari: essendo ancora lontana la rivoluzione industriale, non si poteva parlare di “classe operaia” e con ”quarto stato” si intendevano i contadini che provenivano dalle campagne e vivevano in condizioni di miseria e analfabetismo. Subivano l’influenza unicamente della Chiesa, e fu soprattutto per questo motivo che il Risorgimento fu un fenomeno borghese e non popolare.
3.    LE IDEOLOGIE
E’ possibile riassumere le ideologie dominanti durante il Risorgimento in due grandi gruppi:
·         il liberalismo, caratterizzato dal rifiuto per l’azione violenta e sostenitore di un’iniziativa da parte dei sovrani italiani per creare una federazione di stati al cui capo vi sarebbe stata un’élite di nobili e borghesi, gli unici in grado di gestire la cosa pubblica. Trovò l’adesione di molti cattolici, come Manzoni, i quali ritenevano che i valori religiosi potessero concordare con i principi moderni di libertà e progresso civile. Altri invece ritenevano che Stato e Chiesa dovessero rimanere nettamente separati (visione laica), come ad esempio Cavour.
·         la tendenza democratica portata avanti da Giuseppe Mazzini, il quale puntava sull’iniziativa popolare per creare un’Italia repubblicana, unitaria, a suffragio universale e costruita sulla collaborazione tra i vari strati sociali. Un’altra visione era quella di Carlo Cattaneo, il quale propugnava l’idea di una repubblica federale di base statunitense.
Comune ad entrambi gli orientamenti era la progressiva elevazione delle masse popolari attraverso un’educazione intellettuale e morale.
Essendo gli scrittori immersi nel processo sociale, il loro orientamento politico venne proiettato nelle loro opere: il polo moderato manteneva comunque un forza di attrazione maggiore grazie anche alla presenza di Alessandro Manzoni, ripreso anche da autori democratici come Ippolito Nievo.
4. LE ISTITUZIONI CULTURALI
A differenza dei decenni precedenti in cui i centri attorno a cui ruotava la vita culturale erano la corte e l’accademia, durante l’Ottocento le nuove realtà di riferimento sono:
·         l’editoria, sviluppatasi in particolare a Milano, che assume la fisionomia di un’impresa capitalistica in cui l’editore decide quali libri stampare per ricavarne un profitto. Il suo sviluppo fu accelerato ulteriormente dall’utilizzo della macchina a vapore, che permise di stampare più libri a costi inferiori, favorendo  così l’istruzione dei ceti medi. Tuttavia la frammentazione politica italiana certo non ne aiutò la diffusione e permetteva di non rispettare il diritto d’autore concesso dal governo allo stampatore (bastava stampare il documento in un altro paese della penisola);
·         il giornalismo, sviluppatosi in seguito alla crescente domanda di fogli politici, cronaca, letterari e scientifici. Ne fu un esempio Il Conciliatore, diffusore delle teorie letterarie innovatrici. Nel secondo Ottocento il giornale avrà un maggior peso sociale, perché sarà in grado di influenzare l’opinione pubblica.
5. GLI INTELLETTUALI: FISIONOMIA E RUOLO SOCIALE
Se durante il periodo napoleonico il regime aveva investito nella figura dell’intellettuale cortigiano per creare consensi (ad esempio Vincenzo Monti), nella prima metà dell’Ottocento la maggioranza degli scrittori italiani non è in grado di vivere dei proventi ricavati dalla vendita delle proprie opere dato l’insufficiente sviluppo del mercato librario, e dunque vive di rendita se nobile, oppure se borghese affianca l’attività letteraria al proprio mestiere. Ora il letterario è più indipendente dal potere, e ne subisce dunque il condizionamento in minor misura.
Se in Europa l’intellettuale manifesta il Senhsucht e si sente privo di un ruolo sociale, in Italia molti autori sono impegnati nelle società segrete, partecipano alle insurrezioni e diffondono attraverso le loro opere i valori nazionali. Nella penisola del primo Ottocento i temi dominanti sono l’aderenza al vero e ai principi della ragione, l’impegno per il progresso civile, sociale ed economico, accompagnando così l’azione risorgimentale; le tematiche irrazionalistiche tipiche del Nord Europa (Goethe) si diffonderanno successivamente col Decadentismo.
Non si può parlare di un punto di rottura tra Illuminismo e Romanticismo (basti notare che il Conciliatore riprende in più punti Il Caffè), ma è necessario considerare che il secondo rivaluta il ruolo della storia e il pubblico a cui si rivolge non è più nobile, ma borghese.
6. IL PUBBLICO
Da elitario il pubblico diviene “di massa”, ovvero comprende tutti coloro che si accostano ad un libro per puro piacere (ne sono esclusi, secondo Giovanni Berchet, gli aristocratici e i membri del quarto stato[1]). Il pubblico comincia ad esercitare un potente condizionamento sull’attività dello scrittore, il quale deve soddisfare i gusti del periodo per avere popolarità e guadagni. A tal proposito prendono il posto delle opere classiche generi quali il romanzo, la novella, la ballata e la poesia che fa leva sul sentimentalismo. La letteratura “popolare” vagheggiata dai romantici fa da precursore alla letteratura “di consumo” rivolta al vasto pubblico.
7. LINGUA LETTERARIA E LINGUA DELL’USO COMUNE
L’Italia dei primi anni del XIX secolo ereditava la mancanza di una lingua comune a livello quotidiano (la letteratura già da anni preferiva il fiorentino trecentesco), a causa dello scarso livello di alfabetizzazione e del policentrismo politico. L’unificazione napoleonica del Nord Italia e il sorgere del sentimento nazionale avevano contribuito alla diffusione della necessità di una lingua italiana. Già nei secoli passati erano sorte più volte delle questioni della lingua, ma sempre in ambito letterario e mai sociale: questo problema fu impostato dal gruppo dei romantici lombardi, dei quali faceva parte anche Alessandro Manzoni. Egli individuò nel fiorentino ottocentesco la nuova lingua italiana, in quanto parlato correntemente e strettamente affine alla lingua letteraria tradizionale. Per questo i Promessi sposi del 1848 viene considerato il primo romanzo in lingua italiana. Tuttavia l’unificazione linguistica avverrà solamente negli anni ’60 del Novecento con la diffusione dell’istruzione di base: fino a quel momento il popolo continuerà ad utilizzare il dialetto locale per comunicare, rimanendo così escluso dai dibattiti intellettuali dell’epoca.



[1] analfabeta

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