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giovedì 18 settembre 2014

Letteratura - La poesia eternatrice di Foscolo (saggio breve)

ARGOMENTO: La funzione eternatrice della poesia per Foscolo


Niccolò (successivamente Ugo) Foscolo nasce nel 1778 a Zante (all’epoca Zacinto), un’isola del Mar Ionio posseduta dalla Repubblica di Venezia. Seppur italiano, egli crebbe in terra greca e fu allevato dalla madre altrettanto greca, mantenendo in tal modo un profondo legame con la cultura classica: non sorprende dunque che ancor oggi il ruolo rivestito dalla sua poesia (la quale vide i propri albori nell’Ellade) sia oggetto di studio.
La prima opera importante di Foscolo è un romanzo epistolare, le Ultime lettere a Jacopo Ortis (1802): la delusione storica, ovvero la consapevolezza del fallimento delle azioni rivoluzionarie patriottiche e dell’instaurarsi del regime napoleonico francese (che avrebbe dominato nel Nord Italia fino al 1815), porta il protagonista ad intravvedere nella morte l’unica via di fuga da una condizione di precarietà sia civile che spirituale. L’Ortis sembra dunque essere il manifesto del nichilismo preromantico (alcuni critici vi hanno visto un’anticipazione della dottrina filosofica di Friedrich Nietzsche), ma in realtà la conclusione dell’opera rappresenta un ponte per quello che sarà il capolavoro di Ugo, ovvero I Sepolcri: in questo componimento il poeta propone dei valori positivi che possano permettere di arginare gli ostacoli presentati dalla storia. Trattasi delle tombe, a cui vengono dedicate le prime tre parti del componimento, e la poesia, a cui viene dedicata la quarta parte.
Perché Foscolo sceglie di dedicare l’ultima parte dell’opera in versi all’attività artistica alla quale fin da giovane scelse di dedicarsi? Perché non soffermarsi esclusivamente sulle tombe (come anche il titolo suggerirebbe)? Ebbene è necessario prima di tutto analizzare le tre funzioni delle tombe: affettiva, civile e storica.
La prima consiste nel mantenere nella memoria dei vivi il ricordo di un loro caro ormai defunto, la seconda segnala i fondamenti della civiltà (viene esaltato lo splendore dell’età classica in confronto alla ferocia belluina dell’età primitiva), mentre la terza permette ai vivi di non dimenticare le gesta degli eroi del passato (tombe di Santa Croce) prendendoli ad esempio. Tutto ciò è però solo un’illusione perché, proprio come gli uomini, anche le tombe sono oggetti materiali soggetti al fluido trascorrere del tempo e saranno perciò spazzate via dalla crudele mano della storia.
Ecco perché Foscolo conferisce estrema importanza alla poesia, la quale è in grado di conservare in eterno il ricordo in particolare dei grandi che scrissero pagine di storia, sia vincitori che vinti. A tal proposito il poeta rievoca l’immagine di Omero, autore che nell’Iliade cantò sia le imprese dell’acheo Achille che del troiano Ettore. Foscolo raccoglie il testimone del compositore greco, proprio come scrive negli ultimi versi (85-96) dell’ode All’amica risanataEbbi in quel mar la culla, ivi era ignudo spirito di Faon la fanciulla, … sull’italia grave cetra derivo per te le corde eolie”: lo ritiene allo stesso tempo un onore e un dovere, per essere un poeta natio di un’isola greca sotto il controllo veneziano. Tali aspetti della poetica di Foscolo sono stati approfonditi da Nicolò Mineo (1934- ) in La letteratura italiana, Storia e testi, Il primo Ottocento, L’età napoleonica e il Risorgimento, vol. VII (Laterza, 1937), in cui scrive “… la bellezza muliebre … viene eternata dal canto dei poeti, che a quelle creature danno l’immortalità delle dee”.
Il tema della poesia eternatrice non fu proposto per la prima volta dal poeta di Zante: già il latino Orazio (65 a.C. – 27 a.C.) lo sviluppò in più di una sua opera, come ad esempio nel Discorso della Chioma di Berenice in cui scrive “E tu onor di pianti, Ettore, avrai … e lagrimato il sangue per la patria versato”. E’ tuttavia fondamentale in tale ambito il Carmina III, 30Ho compiuto un’opera memorabile più duratura del bronzo … Non tutto di me morrà, la mia grande parte non scenderà a Libitinia, e crescerò di gloria sempre nuova.”, il quale esprime in toto l’intenzione del poeta di Venosa di non concludere la propria esistenza per mezzo della morte materiale, ma di perpetrare la sua memoria con la poesia attraverso le generazioni avvenire.
Qual è dunque la differenza tra Foscolo e Orazio? Il primo si è limitato ad imitare il secondo, oppure lo ha emulato scegliendo dunque di far propri i versi dell’ode? In realtà vi sono differenze significative circa le due linee di pensiero: Orazio infatti faceva trasparire una vena di negatività nei confronti della poesia eternatrice, in quanto non andava a vantaggio di ogni essere umano, ma solo di coloro i quali avessero un poeta che ne celebri la memoria "… tutti gli illacrimati e ignoti sono oppressi da lunga notte, perché privi di un sacro vate". Lo scopo principale di Foscolo invece è un altro, come scrive Pietro Cataldi (1961- ) in Ugo Foscolo, Dei Sepolcri (1996): la poesia serve a risvegliare nel presente quei valori del passato che nel presente possano accendere la creazione di nuovi valori. E’ questo quindi che Foscolo stesso si prefigge, mirando al riscatto dell’Italia e soprattutto a un’utopica rinascita dei grandi valori etici e civili del passato classico e mitico.

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