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domenica 22 febbraio 2015

Esporre nella forma della trattazione sintetica i temi affrontati da Dante con il trisavolo Cacciaguida nei canti XV-XVI-XVII, soffermandoti sul tema dell’esilio funzionale al trittico dedicato a Cacciaguida.

I canti XV, XVI e XVII vengono considerati dalla critica moderna fondamentali per tratteggiare la figura di Cacciaguida e del suo ruolo all’interno dell’opera dantesca.
Nel primo dei tre canti sopracitati, il personaggio del trisavolo si avvicina a Dante in corrispondenza del verso 13, per poi rivelarsi al verso 88 e parlare della propria persona a partire dal verso 130. Di notevole importanza, ed è ciò che permette di affermare che da questi canti traspaia anche il pensiero politico dell’autore, è la descrizione dell’antica Firenze dal verso 97 al 129: viene descritta una cittadina di piccola, la cui popolazione era un quinto di quella di inizio ‘300, i cittadini più facoltosi non ostentavano le proprie ricchezze, i membri delle più importanti famiglie si vestivano in modo semplice, la gente moriva nel medesimo contesto urbano in cui era cresciuta (l’esilio non era una pratica ancora diffusa), la febbre mercantile dei “sùbiti guadagni” non aveva ancora pervaso la città e di conseguenza i mariti, non impegnati negli affari, potevano passare più tempo con le proprie famiglie … Lo scopo sembra essere quello di paragonare la condizione quasi idillica della città alla fine del XII secolo con quella di Firenze cent’anni dopo, caratterizzata al contrario da una corruzione dei costumi, una lotta fratricida da Guelfi e Ghibellini e tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, la nascita del ceto borghese il cui unico valore è il lavoro finalizzato al guadagno economico a scapito dei valori morali e delle virtù. Vi è però anche un’altra interpretazione in merito a tale scelta: infatti Dante, non sentendosi più parte della realtà sociale della sua città natale, si sente “esule”, cioè preferirebbe abbandonare spiritualmente la civiltà del suo tempo per rifugiarsi presso quella del 1194. Viene dunque preannunciato il “tema dell’esilio”, qui solo accennato, al quale sarà dedicato ampio respiro nel canto XVII.
Il sedicesimo sembra essere più un canto di passaggio (anche se tale espressione fu coniata in origine facendo riferimento al canto XIV): viene ripresa la questione inerente alla società mercantile, specificando come ai tempi di Cacciaguida tutta la popolazione fosse onesta e umile, dal ricco borghese al povero artigiano. Ora invece il desiderio per i “subiti guadagni” ha spinto gli uomini all’avarizia e all’invidia: secondo il poeta la ricchezza implica necessariamente che alcuni subiscano torti dagli altri, e per tal motivo si è parlato di una certa arretratezza e di conservatorismo di Dante. Di grande importanza è il gruppo di versi 151-154, perché rappresenta un ponte tra tale canto e quello successivo.

Nel diciassettesimo canto Dante chiede informazioni circa il suo futuro a Cacciaguida, il quale gli spiega che dopo due anni (nel 1302) sarebbe stato esiliato: il narratore paragona sé stesso a Ippolito, cacciato innocente da Atene per via dell’accusa della matrigna Fedra. Sia lui che il personaggio de Le Metamorfosi hanno in comune l’innocenza manifesta quibuslibet (= chiara a tutti). Dante infatti accusa i cittadini fiorentini, di qualsiasi fazione politica (anche i Guelfi Bianchi lo isoleranno durante gli anni dell’esilio): si tratta di un elemento che era già stato inserito nel Convivio, in cui il poeta spiega come si sia sentito tradito dai suoi concittadini, nonostante egli avesse servito con sacrificio e giustizia Firenze durante tutto il suo mandato. La critica ha visto nella figura di Cacciaguida uno strumento del poeta per elevare la propria persona a Cristo, potendo infatti disporre di una conoscenza sugli avvenimenti del futuro (ed è per questo che inserì Bonifacio VIII nel XIX canto dell’Inferno). Tornando all’esilio, da una parte Alighieri mette in luce i dolori che proverà durante l’esilio, essendo stato “incolpato della sua stessa disgrazia”, ma allo stesso tempo mette in risalto anche coloro che lo confortarono durante quegli anni bui: i fratelli Scaligeri (Bartolomeo e Cangrande della Scala).

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